Testimonianze - Parte settima

 

Gentilissimo sig. Carlizzi, La ringrazio per le copie che mi inviate del giornale “La Via della Carità” su una delle quali è riportata anche una mia testi­monianza. La ringrazio molto.

Mi ha fatto moltissima impressione l'ul­timo numero (21-22), dove Padre Gabriele è sul letto della sua camera in clinica... Prego fervidamente perché tutto possa es­sere chiarito nella sua vera luce.

La mia venerazione per il Padre è vivissima e non manco mai di pregarlo con profon­da stima verso la sua grandezza e santità. Venivo alquanto spesso a Roma per l'in­teressamento che avevo in relazione al cammino del processo di beatificazione della nostra Madre Fondatrice e sempre fa­cevo una scappatina da Padre Gabriele. Lui avvertiva la mia presenza e più vol­te, quando io non osavo farmi avanti per la molta gente che era in fila in attesa di entrare, sì alzava lui dalla sua stanzetta, si affacciava alla porta volgendo immedia­tamente il suo sguardo su di me e indican­domi col braccio teso diceva a voce alta: “Margherita, vieni!”.

Una volta mi disse anche come aveva avvertito la mia presenza e la gioia spiri­tuale che ne aveva provato.

Grazie per quanto fate perché sia rico­nosciuta la sua santità.

Una suora

 

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Gentile e cara Presidente Gabriella Pa­squali Carlizzi, spedisco sul vostro c.c. postale una somma pari all’importo per cui vorrei mi fossero spediti dei libri che distribuirò poi gratis a persone di mia conoscenza, allo sco­po di far conoscere il nostro caro ed ama­to Padre Gabriele. Il libro è: “Coraggio figlia, t'aiuterò...”. Queste tre parole non si debbono fermare sulla terra, come non si ferma­no sul cielo, vorrei quindi che altre pie persone imitassero il mio gesto, con un po’ di amo­re e buona volontà si arriverebbe al tra­guardo.

Grazie, auguri di buon proseguimento e tante cose care in unione di preghiera.

Lettera firmata

 

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II giorno 12 marzo 1984 mia cognata, Wanda Di Chiara di anni 47, sofferente da alcuni giorni di fortissimi mal di testa, vo­mito e convulsioni, fu da me e dal mari­to (mio fratello) accompagnata al Policli­nico Gemelli, dove le venne diagnosticata una emorragia cerebrale.

L'angiografia, oltre ad evidenziare un cospicuo versamento nella regione temporale destra, causò una paralisi della parte sinistra di tutto il cor­po. Rimase ricoverata ed il 18 marzo en­trò in stato comatoso senza possibilità di essere operata, poiché la pressione intracranica era salita a 350.

Io lavoro in una galleria d'arte ed in quel tempo una mia collega, la signora Armento, vedendomi preoccupata per la tremenda situazione che coinvolgeva mia cognata, mio fratello e il loro figlioletto (nato dopo 14 anni di matrimonio e di cu­re assidue), mi confidò un suo piccolo se­greto: conosceva un sacerdote, un certo Pa­dre Gabriele, che presso la Chiesa dei Sette Santi Fon­datori affrontava situazioni davvero difficilissime e lo aveva constatato di persona nel caso di sua figlia; perché dunque non andarci per mia cognata?

Io sono credente e praticante, come pu­re mio fratello, ma resto alquanto scettica di fronte a tanti cosiddetti miracoli e mira­colati.

Passò ancora qualche altro giorno: mia co­gnata sempre in coma, peggiorava costan­temente. I medici la estraevano dalla camera sterile per un’ora al giorno affin­ché mio fratello le parlasse, come se es­sa potesse udire e partecipare alla conver­sazione: un estremo tentativo per tenerla attaccata alla vita. Era doloroso perfino vederla, perché aveva quattro flebo infi­late nelle vene delle mani e dei piedi, un sondino al naso, il catetere, il tutto domi­nato dal volto distorto dalla paralisi: uno spettacolo straziante.

Il 26 marzo, di sabato, il medi­co non volle neanche farla uscire dalla ca­mera sterile, anzi si inquietò con mio fra­tello che insisteva nel volerla vedere, di­cendo che ormai non c’era più rimedio: che la lasciasse morire in pace.

Stando così le cose, senza più speranza parlai a mio fratello di quel Sacerdote, della mia amica, di quello che mi aveva raccontato. La mattina successiva, era dome­nica, andai da Padre Gabriele per la pri­ma volta, portando con me me un fazzoletto pulito ed una foto di mia cognata.

Entrai in chiesa e mi accodai ad una fi­la di persone che come me erano in attesa di incontrare Padre Gabriele.

Quando fui nella celletta raccontai, piangendo, il caso di mia cognata e pre­gai il Sacerdote di fare qualcosa. Egli mi chiese un indumento che io non potei dar­gli poiché la povera donna aveva soltan­to un camicione di ospedale; gli diedi in­vece il fazzoletto e la foto. Il Padre prese la foto e pregò, poi prese il fazzoletto lo tenne stretto tra le mani, lo benedì e mi disse di metterlo a contatto con la testa dell'ammalata: “Non sotto il cuscino, ma a contatto con la pelle!”, ripetè. Quindi mi benedì e mi disse di andare in pace perché il Signore avrebbe provveduto.

Andai in ospedale e siccome mia cogna­ta non era stata estratta dalla camera sterile, chiamai un’infermiera (il personale anche se molto severo era estremamente gentile) e la pregai di mettere il fazzolet­to sotto la testa di mia cognata a contat­to con la pelle e non sotto il cuscino.

Tutto questo accadde il pomeriggio verso le 15,30; come già la sera precedente, il me­dico mandò via tutti e mio fratello uscì piangendo, senza più speranze.

Ormai a casa aspettavamo che suonas­se il telefono per avere la triste notizia. La notte passò e alle sei del lunedì 28 marzo mio fratello era già al Gemelli, seduto sulle scale dell’ottavo piano: aspettava che qualcuno, uscendo, gli desse qualche notizia.

Alle ore 8,30 passò il primario e visitò mia cognata che il giorno avanti stava mo­rendo: la trovò molto migliorata (la pres­sione intracranica era scesa a 170) e de­cise quindi di operarla, se la situazione fosse ri­masta favorevole; l’intervento venne praticato mercoledì 30 marzo e durò quasi otto ore. Il professor Rossi, ci riferì che aveva chiu­so l’aneurisma e che poco a poco, per mezzo delle cure che aveva deciso di pra­ticare, anche la paralisi avrebbe dovuto regredire.

Tornai da Padre Gabriele, gli illustrai la nuova situazione e lo pregai (questa vol­ta) perché intercedesse per la guarigione della paralisi di Wanda. Gli detti un nuo­vo fazzoletto che, come la volta preceden­te prese tra le mani, pregò, lo benedisse e mi ripetè di andare in pace, che il Si­gnore avrebbe provveduto.

Dopo questi fatti il miglioramento di mia cognata fu rapido e costante tanto che il 18 aprile essa potè tornare a casa con le proprie gambe. Il completo recu­pero del braccio sinistro fu conseguito per mezzo della fisioterapia. Appena fu possibi­le andammo tutti e tre a ringraziare Pa­dre Gabriele: egli dopo averci accarezza­to la testa ed il volto, ci benedisse e ci esortò ad andare in pace.

Naturalmente ho raccontato questo fat­to straordinario, vissuto di persona, a mol­te amiche e so per certo che, per le pre­ghiere di Padre Gabriele, sono avvenuti al­tri miracoli.

Maria Mosca - Roma

 

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Conobbi Padre Gabriele nell’aprile del 1979 in occasione di un mio viaggio a Roma. Mi ero recato in S. Pietro, per ringraziare Papa Giovanni XXIII per l’ottima riuscita della mia operazione del 20 dicembre 1978,. una “resezione gastrica sub totale”. Si preparava un tumore e il primario dell’Ospedale Civile di Catanzaro, prof. Emilio Rocca, subito dopo l’operazione mi aveva detto: “Io ho operato con amore di nipote, ora sei nelle mani di Dio”.

Difatti il 22 dicembre 1978, alle ore 14,22 - ero ad occhi aperti - Papa Giovanni appariva nella mia stanza, mi benediceva e spariva.

Nell’occasione di tale pellegrinaggio mio fratello, che allora lavorava a Roma, per caso mi parlò di Padre Gabriele, della sua attività, del bene che operava e della virtù che emanava dalla sua persona. Lo pregai di accompagnarmi da lui presso l’Associazione fra i Volontari della Carità in Via Rovigo 16.

Entrando mi venne incontro un sacerdote dal sorriso profondo, con aria spirituale e con fare sì tanto amabile, che ne rimasi già conquistato. Non sapevo che era Padre Gabriele, però pensai subito a lui e gli dissi che volevo parlare con Padre Gabriele.

Il Padre sorrise e poggiandomi una mano sulle spalle mi disse: “Ecco l’uomo!”.

Intesi un profumo meraviglioso, quasi che il creato avesse inondato la mano di Padre Gabriele. In disparte parlammo, raccontai del Papa Giovanni, mi confessai. Poi, quasi ispirato, mi disse: “Don Giuseppe, Iddio la predilige. Stia fiducioso. Papa Giovanni ha operato in lei una meraviglia. vedrà, starà bene e lavorerà ancora tanto. Pregherò tanto per lei”.

Finimmo il colloquio, mi abbracciò ed in quell’abbraccio intesi una stretta di amore, di fiducia. Ci lasciammo. Da allora sono passati dieci anni, lavoro, sono Parroco, anche se ho 76 anni.

La figura di Padre Gabriele, una figura di santità, di sacrificio e di amore, mi è rimasta impressa e l’abbino a quella di Papa Giovanni, quali miei intercessori nei Cieli.

Non ci siamo più incontrati. Gli scrissi una volta, mi rispose. Pensavo ad un modello sacerdotale per la mia vita di sacerdote. E fu così. Quando nel novembre del 1984 seppi del suo trapasso alla vita eterna, credetemi, in quell’istante giunse a me lo stesso profumo che avevo inteso nel primo incontro.

Combinazione? No di certo.

Fantasia? No di certo, non sono il tipo di fantasie.

Suggestione? No, non sono facile alla suggestione.

Oggi l’immagine di Padre Gabriele è nel mio breviario. L’invoco, quasi mi trovo a parlargli a tu per tu. Mi sento più forte nel ricordarlo. Mi sento più portato a vivere la grazia.

Mi auguro che possa presto essere riconosciuta la sua santità, che possa spargere tante grazie e favori e miracoli, opera del suo cuore, opera del suo amore, opera del suo sacrificio. Ricorrere a Lui, significa avere fede di essere esauditi.

Questa è la mia breve testimonianza di una santità che ha operato sulla terra, guardando la Croce, amando la Croce.

Un Santo che mi ripete: “Coraggio, figlio mio, ti aiuterò. Stai tranquillo”. E sono certo: i santi ci sono ancora sulla terra. Tra questi c’è Padre Gabriele che continua nell’amore e nella carità attraverso la “Via della Carità”, la via del Calvario, la via alla Santità.

Signore eleva il tuo Servo fedele alla gloria dell’Altare!

Don Giuseppe M. Filardo – Caraffa (Catanzaro)

 

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Vi prego di pubblicare queste mie testimonianze su Padre Gabriele:

1) All'incirca nel 1983 recandomi presso la tomba di Padre Gabriele al cimitero del Verano ho avuto modo di conoscere una signo­ra che portava sempre lì un mazzo di gladioli, ogni settimana, per devo­zione e riconoscenza a seguito di una grazia ri­cevuta per la sua figliola.

Mi raccontava la signora, che nel 1983 la sua bimba (allora di cinque anni) dopo aver avuto il morbillo (o la ro­solia) si era ammalata gravemente per una forte pleurite per cui dovette essere ri­coverata presso l'Ospedale del Bambi­no Gesù ove le applicarono un dre­naggio per il liquido che si formava nel polmone.

Il professore che aveva in cura la bimba disse che se la produzione di liquido non fosse cessata, la situazio­ne sarebbe precipitata con perdita del polmone e chissà cos'altro.

Disperata la mamma corse da Pa­dre Gabriele, chiedendogli il suo in­tervento immediato per la guarigione della figlia.

Il Padre le disse di portargli subito una maglietta della bimba e un pac­co di sale, che lei portò subito. Nel sa­lutarla il Padre le disse di andare tranquilla.

Il giorno dopo questa signora re­candosi di nuovo all'Ospedale, presso il lettino della bimba assistette ad un fatto straordinario e cioè che all'im­provviso si sfilò dal polmone della bimba il can­nellino, quasi schizzando via. Mentre la signora era spaventata di quanto successo, la bimba con le manine si batteva il petto allegramente dicendo: “Sono guarita, sono guarita, non mi fa più male,...”.

Il professore, chiamato d'urgenza, in un primo tempo si preoccupò molto giacché per rimettere a posto questo cannello occorreva molta fatica.

Vedendo però che la bimba era tut­ta allegra la fece portare in radiolo­gia per un esame. L'esame stabilì che nella pleura non c'era più un goccio d'acqua: la bimba era guarita. Il gior­no dopo, erano ben tre mesi che la bimba era ricoverata, fu dimessa.

La bimba è poi cresciuta perfetta­mente normale e non ha più avuto al­cun problema.

2) All'incirca un anno fa, sempre presso la tomba di Padre Gabriele al Verano, conobbi due coniugi napole­tani, che erano lì a pregare per rico­noscenza al Padre. Il marito mi rac­contò una grazia, ricevuta per intercessione del Padre.

Prima della morte di Padre Gabriele si era re­cato da lui perché gli desse una be­nedizione e nella stessa occasione gli fece ve­dere il pollice di una mano che pre­sentava su una falange una protube­ranza ossea parecchio lunga.

Padre Gabriele gli prese la mano e gli toccò il dito, dicendogli: “Non te lo fare toc­care, non è niente...”. Il dottore infatti gli aveva detto che invece glielo voleva segare.

Dopo alcuni giorni quell'uomo si accorse che quella protuberanza era sparita lasciando solo una piccola ci­catrice.

3) A me personalmente una matti­na che ero andata a trovare il Padre per essere benedetta, mi disse: “Sai cara, ho fatto un esorcismo e mi è riuscito tanto bene”.

Livia Bernardini – Roma

 

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Una signora di Roma, Rosita Culcasi Truglio, ha raccolto, nel corso del suo rapporto spirituale con Padre Gabriele, numerosissime testimonianze sugli interventi straordinari del Cielo ottenuti grazie al Padre. Ne pubblichiamo qui solo alcune delle più indicative della vita e della personalità del Padre. A ciascuna la signora ha dato un titoletto che riportiamo.

 

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RICEVEVA NELLA SUA STANZINA STANDO SEMPRE IN PIEDI

Desidero mettere in evidenza un fatto al quale, mentre era in vita il Padre, forse nes­suno ha mai dato importanza, recependolo allora come cosa normale, senza capire la sofferenza che poteva nascondersi dietro: Padre Gabriele riceveva nel suo stanzino stando sempre in piedi. Dalle 9 alle 12 la mattina e dalle 15,30 alle 17 nel pomeriggio accoglieva uno per uno quanti gli si presen­tavano stando in piedi in uno spazio angu­sto, in una celletta poco più grande di un confessionale. Ore ed ore sempre dritto ad ascoltare tutti, a benedire, ad amare con amore divino quelle povere anime che gli comparivano davanti. Questo, sia che godesse di buona salute, sia che non stesse bene o che avesse persino la febbre, come capitò qualche volta nel corso di un inverno rigido.

 

SE HA FAME FA UNA TELEFONATA?

Un tale entrato nella sacrestia e presentatosi a Padre Gabriele gli porse un sac­chetto dal contenuto pesante, dicendogli: “Prenda, Padre, è per i suoi poveri!”. Padre Gabriele allentò lo spago che chiudeva il sacchetto e, infilata all' interno una mano, la ritirò fuori mostrando una manciata di gettoni del telefono. Con tono gaio e scher­zoso allora esclamò: “Se un povero ha fame che farà? Una telefonata!”.

 

FIGLIOLINI MIEI, VOI SIETE LA MIA FAMI­GLIA

Era un pomeriggio gelido di inverno quando con mio marito e le mie fìglie, allo­ra piccole, andammo a trovare il Padre. Notammo subito che era molto raffreddato e sicuramente febbricitante, dato che scottava la mano che ci aveva porto. Dopo averlo salutato ci allontanammo con l'animo in pena per averlo lasciato in quello stato. Allora, di impulso, andammo a comperare una piccola bottiglia di cognac. Tornati sui nostri passi insistemmo con lui perché la prendesse e ne usasse il contenuto con del latte caldo per vincere la sua infreddatura.

Fu contento soprattutto del pensiero che avevamo avuto e, guardandoci con gli occhi lucidi sia per la febbre che per la commo­zione, ci disse con tenerezza: “Figliolini miei, voi siete la mia famiglia!”.

 

ERA IN STRADA QUANDO NOI ARRIVAVAMO

In macchina, mio marito ed io, avevamo iniziato una lunga ed animata discussione, pur essendo presenti le nostre due figlie allora piccole.

Ma giunti davanti alla porta della sacrestia della chiesa in Via Lazzaro Spallanzani, vedemmo il Padre, dal quale eravamo diret­ti, in strada con il mantello ed il suo largo cappello, in procinto di andar via.

Scendemmo dall'automobile e con un largo sorrìso ci avvicinammo a lui. Non sapeva nulla del nostro bisticcio eppure ci guardò con occhi severi e fece il gesto dì dare uno scapaccione a mio marito e nel contempo rivolto a me disse: “Però pure tu!!!...”.

Lo scapaccione prima di arrivare sulla guancia di mio marito si trasformò in una carezza e poi in un abbraccio caro, festoso e, con gli occhi ora rìdenti guardava noi e le nostre piccole che gli saltellavano intor­no.

 

ESORCISMO AD UNA CASA

Nel 1962 era venuta a Roma dalla Sicilia mia cognata Serafina, sorella di mio marito, ospite per alcuni giorni. Colsi l'occasione per condurla da Padre Gabriele di cui le avevo molto parlato.

Dopo aver brevemente conferito con lui ed aver avuto conforto nelle preoccupazioni che in quel periodo mi affliggevano, nell'atto di congedarmi mi venne d'impulso di chiedergli: “Padre mio, lei mi ha promesso che sarebbe venuto un giorno a bene­dire la mia casa, ce n'è tanto bisogno, quando lo farà?”.

Vengo subito!”, fu l'ina­spettata risposta ed io felicissima accolsi il Padre nella mia Fiat 600 che era fuori della chie­sa.

Giunti a casa mia, il Padre cominciò una benedizione particolare, assai diversa da quella cui ero solito assistere allorché i sacerdoti nel periodo pasquale benedicono le abitazioni. Padre Gabriele usava formule latine da me non conosciute; pronunciava le parole con una forza straordinaria, con un impegno che a me, sprovveduta, poteva sembrare eccessivo.

Spargeva l'acqua santa con la palese intenzione di "lavare il male", di "pulire l'ambiente". Mi colpiva pure il fatto che si soffermava in taluni punti più che altrove e con le mani sembrava che strappasse cose che lui ben vedeva, ma che a me erano invisibili. Ero sbalordita da tutto ciò e lo seguivo con mia cognata passo passo senza capire. Mia cognata che oltre mio marito aveva tre altri fratelli tutti e tre sacerdoti e quindi cresciuta con dimesti­chezza delle cose liturgiche, mi bisbigliò: “Sono esorcismi solenni!”.

Quando il Padre ebbe finito di esorcizza­re la casa in ogni suo angolo, potè final­mente spiegarmi: “Era piena di diavoli della discordia. Ora sono andati via, ma in seguito daranno ancora fastidio”. Da quel momento iniziò un periodo di meravigliosa pace nel senso cristiano, di pulizia spiritua­le della casa, di cui godettero tutti, anche mio marito e le mie figliole che non erano stati presenti all' esorcismo.

 

INCONTRO DI DUE CUORI

Finché visse Madre Speranza, ogni mer­coledì Padre Gabriele andava a trovarla, subito dopo aver ricevuto nella mattina tutti quelli che si erano presentati per parlare con lui. Un mercoledì che ero arrivata poco prima del suo viaggio a Collevalenza dove la santa suora risiedeva, mi disse a chiusu­ra del colloquio: “Devo andare via subito perché Madre Speranza mi aspetta. Lei sa quando mi metto in viaggio e mi segue nel percorso!”. Non era un dire senza impor­tanza poiché la Suora era un'anima straor­dinaria e con carismi particolari e dalle brevi frasi capii la profondità di quell'ami­cizia tra santi e come doveva essere bello l'incontro tra due cuori innamorati di Dio.

 

CURA URTO PER MARIA

Maria aveva conosciuto un giovane e tra i due c'era stato il cosiddetto colpo di ful­mine. L'amore era sbocciato così intenso che il giovane in breve aveva cominciato a manifestarle il desiderio di sposarla al più presto, trovando lei consenziente. Ma ad un certo punto, non aveva potuto fare a meno di confessarle che già c'era stata di recente una donna nella sua vita che aveva avuto molta importanza... tanto che questa era ora in attesa di un figlio; ma aggiungeva che lui ora non ne voleva più sapere volen­do bene a lei al di sopra di tutto e che con l'altra non sarebbe mai stato felice quanto lo era ora che aveva conosciuto lei, aggiungendo infine che i tempi erano cam­biati e che non era giusto sposare chi non si ama e costruire una famiglia infelice. Maria dotata di buoni sentimenti, rimase dapprima di stucco nell'apprendere l'esi­stenza di una situazione così grave, ma di fronte a tutte le proteste d'amore del suo “lui”, non sapeva più quel che era giusto fare.

A questo punto la esortai a chiedere con­siglio a Padre Gabriele. Il Padre ricevendo­la non la fece neppure finire di parlare che, alzando l'indice minaccioso, le indicò la porta con un “Fuori!” che tuonò e rim­bombò nella sacrestia.

La ragazza uscì dalla celletta sotto lo sguardo di tutti quelli che attendevano il colloquio con il Padre e che certo dovevano aver sentito. Nella strada l'attendeva l'amato, ma lei, rossa per l'umiliazione subita, non volle più saperne di lui.

Il gior­no seguente, nel raccontarmi quanto era successo, era ancora risentita per il tratta­mento ricevuto dal Padre. Non volle mai più rivedere quel giovane: l'amore era immediatamente svanito.

In seguito, riflettendo su quanto era accaduto, compresi che solo con la durezza Padre Gabriele sarebbe riuscito a distoglierla da quell'affetto non giusto. Era stata adottata dal Padre una “terapia d’urto” che sortì i suoi benefici effetti. L'uomo infatti sposò la donna che aspettava un bimbo suo e Maria di lì a qualche tempo si maritò con un bravo giovane e divenne madre felice di due bei bambini.

 

IL DIAVOLO! CI FAC­CIO CERTE LOTTE IO LA NOTTE!

Ancora non c'era stata la precisazione di Paolo VI sul diavo­lo come essere reale ed essendo la conver­sazione andata su questo argomento, io dissi a Padre Gabriele che l'idea del Demonio mi rimandava tanto al Medio Evo e che non credevo che l'essere demoniaco fosse un'entità ben definita, ma ritenevo che esi­stesse il Male in senso generale. Al che Padre Gabriele mi redarguì: “Che bestia sei! Ci faccio certe lotte io la notte!”. Lì per lì ancora non compresi, in seguito mi capitò di leggere su un numero della Domenica del Corriere del 5 febbraio 1972, un servizio su Padre Gabriele come esorcista. Lessi che gli indemoniati andavano dal Padre di notte e che venivano da lui liberati con tante preghiere e tanta fatica.

Molti anni dopo quanto ho sopra riporta­to, quando già avevo dovuto convincermi dell'esistenza di Satana e mi trovavo alla S. Messa delle 12,30 che il Padre celebrava nella Cripta, assistetti a quanto ora descri­vo: un po’ prima della Eucarestia, in antici­po su quanti riempivano la Chiesa, mi ero avvicinata alla balaustra presso l'altare, volendo occupare un posto ed evitare la calca che si verificava al momento della Comunione che veniva distribuita dal Padre a tutti coloro che si disponevano lungo la balaustra e non in fila al centro come si usa adesso. Ero sola e abbastanza vicina all'altare da notare un’impercettibile mossa di fastidio del Padre che si stava preparan­do a comunicarsi; percepii la sua voce che sibilava lievissima ma tagliente, in tono di grande rimprovero e comando a qualcuno che sembrava vedesse vicino a lui: “Vattene via, ti dico via!”. Fu una cosa impercettibi­le, ripeto, e che durò un attimo e forse non rilevata da alcuno all'infuori di me. Ma io compresi che gli era apparso il demonio a molestarlo arrivando persino vicino all'altare.

Quella manifestazione così chiara lasciò nel mio animo ancor più stima per Padre Gabriele poiché se il diavolo arrivava a tanto voleva dire che il Padre era molto caro al Signore.

 

IL SIGNORE SI RITIRA

Parlando un giorno con il Padre gli prospettavo la triste situazione del mondo ammorbato da tanta cattiveria. Crudeltà, violenza, egoismo sembravano aver la meglio su tutti i senti­menti umani e le notizie di uccisioni, rapine, furti riempivano di timore per quanto poteva accadere a noi e ai nostri cari.

Come mai avviene tutto ciò?!”, chiesi al Padre.

E' Iddio che si ritira!”, fu la rispo­sta, accompagnata da un gesto del braccio destro prima proteso in avanti e che poi va indietro fino a compiere un mezzo giro.

Ma ritornerà con tutta la sua potenza!”, riprese a dire mentre il braccio gli ritorna­va con forza in avanti in modo che più che uno scapaccione sembrava un ciclone che spezzava via tutto.

Il gesto e l'atteggiamento serio e fiero di quel volto mi mise i brividi. Quella volta me ne andai mesta e con l'idea ben chiara che il Signore è anche giusto giudice.

 

PREVISIONE DELLA SUA MORTE

Con l'animo profondamente addolorato ero dinanzi a quella cassa in cui morto, coperto da un velo che nascondeva i cari lineamenti, giaceva il Padre.

Con me tutta una folla in lacrime e nello sbigottito strazio della perdita improvvisa. Ad un certo punto mi sono avvicinata ad un colla­boratore del Padre, quello che ogni giorno introduceva le persone una alla volta nella celletta della sacrestia per il colloquio. Pensavo che se il mio dolore era grande, chis­sà quanto maggiore doveva essere il suo, visto che per molti anni gli era vissuto accanto.

Tra le lacrime gli chiedevo notizie su que­sta morte repentina, quand’ecco che un gio­vane di colore, forse indiano, si avvicinò a noi e parlando un italiano imperfetto ma chiaro, ci disse in tono addolorato, ma forte e deciso: “Era grande sacerdote, più che ogni altro prete, più che cardinale; era uomo buono, vero buono; cuore grande così!”; e allargando le braccia continuava: “Lui aiuta­to me sempre, ora capisco che lui sapeva di morire; lunedì ero andato a trovarlo e mi aveva detto:

E’ l'ultima volta che ci vedia­mo’.

Perché?’, ho detto, ‘io dovere forse morire? Succede me qualcosa?’.

No, io sono stato chiamato!’ mi disse il Padre.

E’ vero che disse così? Tu eri presente!”, aggiungeva il giovane rivolgendosi al collaboratore del Padre.

Questi nel suo dolore quasi non parlava più, ma annuì con la testa. E fu infatti pro­prio il martedì 20 novembre, il giorno dopo la visita che il giovane gli aveva fatto, che Padre Gabriele fu ricoverato d'urgenza pres­so la clinica dell'Assunzione a Via Nomentana. Il giorno dopo fu operato, ma il Signore lo voleva ormai accanto a sé e ne raccolse la bella anima alle ore 1,30 di gio­vedì 22 novembre 1984.

Rosita Culcasi Truglio – Roma

 

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Mi trovavo all’interno dello stanzino ove il Padre era solito ricevere. Erano ormai più di dieci anni che mi recavo da lui e avevo già ricevuto molti benefìci dalla sua guida spirituale. Quel giorno però accadde un fatto che ha davvero dell'eccezionale. Ero in piedi di fronte a lui quando ad un tratto il suo volto, e immediatamente dopo tutto il corpo, si smaterializzarono, diventando “trasparenti”.

Padre Gabriele era diventa­to puro spirito.

Rimasi allibita appoggiandomi alla parete dello stanzino, guardandolo intensamente. Poco a poco riprese corpo e, senza quasi neanche parlare dei miei problemi, andai via con la sua benedizione. Dopo qualche tempo mi feci coraggio e glielo raccontai e lui mi rispose: “Non sei la sola!”.

Giuliana Guzzi - Roma

 

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Sono una figlia spirituale del Padre, l'ho conosciuto nel lontano 1971, tra­mite meravigliose esperienze che aveva­no fatto amiche mie; poi un giorno, avendo un grosso problema da risolve­re, gli ho scritto chiedendo consiglio su quello che dovevo fare.

Mi rispose im­mediatamente e con un programma di vita che si sarebbe svolto di lì a poco. Sono sincera, rimasi frastornata da quella sua frase: “L'orizzonte della tua vi­ta si schiarirà”. Passati sei mesi tutto era veramente cambiato e realiz­zato.

Incominciai a legarmi al Padre in maniera particolare; non c’era giorno in cui per lettera o per telefono, non par­lassi con Padre Gabriele. Il 20 maggio 1977, l’ho incontrato personalmente a Roma, ero in viaggio di nozze, ed è sta­to il momento più bello della mia vita per le parole di augurio, di gioia e di incoraggiamento che mi ha dato per il mio matrimonio.

Nello scorso mese di novembre ho subito un intervento, mi stavo già rimettendo quando all'improvviso ho avuto un peg­gioramento. Nel frattempo mi era arrivato il giornale “La Via della Carità” e chiedo al Padre di venirmi in sogno con la sua benedizione per ottenere la guarigione. La stessa notte sogno di essere in una campagna (credo il Monte dell'Orazio­ne) dove c’erano tante coppie di colom­bi bianchi. Mi hanno detto che oltre a significare pace e innocenza, significa­no anche benedizione; e infatti l’indomani sta­vo già molto meglio: il sogno era stato giusto premonitore.

Mi risuona sempre all'orecchio la sua fra­se: “Stai buona figliola, pregherò” e l'invito a recitare sempre la “Preghiera dell’impaziente”.

Ninetta Randazzo - Carini (Palermo)

 

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Tra il ‘73 e il ‘75 mi trovavo in una situa­zione delicata e, pur capendo che stavo sbagliando, non trovavo la spinta giusta per porvi fine. Avevo bisogno di un consiglio che fosse anche un aiuto. Sentii parlare di Padre Gabriele come un sant’uomo e decisi di andare da lui. Riceveva in uno stanzino piccolo, situato all’interno di una sacrestia; c’era altra gente e prima di potergli parlare dovetti fare un po’ di fila

Finalmente entrai. Vicino alla porta vi era un’acquasantiera (la prima cosa che il Padre faceva era quella di benedire la persona). Nel frattempo io iniziai a raccontare per­ché ero lì e che avevo bisogno di aiuto e perché stavo sbagliando, ma non sapevo cosa fare.

Il Padre però sembrava non interessarsi molto a quanto raccontavo, guardava invece intorno alla mia persona e mi squadrava da capo a piedi, finché col tono deciso di chi ha un carattere forte, ma dolce e paterno al tempo stesso, mi disse: “Povera figlia mia, ma chi hai intorno?”.

Rimasi un po’ stupita e lì per lì non capii cosa volesse dire, ma conti­nuai a ripetergli con insistenza che la mia situazione era brutta e che volevo cam­biarla e volevo che mi indicasse cosa fare. Lui però disse: “Sì, sì, ho capito, ma non è questo”, e continuando a benedirmi ripetè di nuovo: “Ma chi hai intorno, figlia mia?”. Poi aggiunse: “Vai al negozio di ali­mentari qui in piazza e compra una botti­glia di olio e un pacco di sale, poi torna qui, te li benedico e di’ a casa di cucinare con questi; poi ci rivedremo”.

Così feci. Quindi tornai a casa e anche se non ero rimasta appagata per le ragioni che mi avevano indirizzato dal Padre, poiché in merito non mi aveva dato alcun consiglio né una risposta, ero consapevole che sembrava aver visto cose più importanti.

Fui anche soddisfatta per il piacere di avergli parlato e per la benedizione rice­vuta. Infatti ero andata comunque via molto tranquilla e serena.

Dopo poco tempo, quella situazione impicciata per la quale non avevo ricevuto indicazioni, si risolse; anzi, si dissolse da sé senza alcun problema né difficoltà. Quella fu l'unica volta che vidi Padre Gabriele e ora credo, ripensandoci, che mi abbia aiutato non solo per quel momento, ma anche per qualche altra cosa che solo adesso, dopo un lungo cammino, credo di aver capito.

Ho sempre avuto un buon ricordo di lui, della sua figura ferma, ma simpatica e comunicativa; ogni tanto mi viene di pensarci e ricordo la sua espressione e le sue parole che, sebbene rivolte ad un’estranea, mi risuonavano affettuose. Spero che ora di lassù continui ad aiutar­mi ancora meglio di come ha già fatto quaggiù e che siano riconosciute le sue virtù a lode e gloria di Dio.

Maria Grazia Terreni - Roma

 

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Non ricordo come conobbi Padre Gabriele. Forse me ne parlò qualcuno, forse lo “scoprii” andando casualmente a visitare il Sacrario sottostante la Chiesa dei Sette Santi Fondatori.

Da tempo ero perseguitato da una serie di eventi negativi. La loro concatenazione aveva qualcosa di diabolico, tutto quello che operavo andava in fumo, sempre per qualcosa di assolutamente imprevedibile che si verificava all’ultimo minuto, quando non era più possibile riassestare le cose e ripartire.

Ero per questo già stato da alcuni esorcisti, ma sentivo che queste matasse, dopo un illusorio sgrovigliamento, tornavano ad aggrovigliarsi più di prima.

Con molto scetticismo ne parlai a Padre Gabriele, il quale mi rispose che tutto ciò era normale: “Se si scacccia un demone, ne arrivano altri sette”. Dopo di che spiegò che molti esorcisti erano negativi perché strada facendo si erano indeboliti, avevano perso quella forza che consente “l’azione risolutiva”. Più che praticarmi un esorcismo mi dette una benedizione.

Tempo dopo si verificò un altro groviglio (nell’agosto del ’92 vi era stato il fallimento del Banco Ambrosiano e la temporanea chiusura di un’agenzia bancaria per l’esplosione di alcuni tubi sotterranei) che mi creò una situazione capestro: l’impossibilità di disporre di due milioni liquidi e l’ impossibilità di chiederli ad amici essendo tutti in vacanza. Dovevo inoltre coprire un assegno che era dal notaio essendo rimasto scoperto il mio conto in quanto una rimessa dell’Ambrosiano era stata ingiustamente bloccata a seguito del predetto crack.

Non sapendo che fare ne parlai con Padre Gabriele, più per sfogarmi che per risolvere qualcosa. Mi disse sorridendo di andarmene a casa che qualcuno avrebbe provveduto. Mi sentii preso in giro e me ne andai a casa perché tanto non avevo altro da fare.

La sera, imprevedibilmente, telefonò un mio zio che io sapevo lontano da Roma. Era invece tornato e voleva parlarmi. Mi sentii sollevato ed andai all’appuntamento che mi diede, presso un circolo molto esclusivo dove si giocava a bridge e a scalaquaranta.

Quando chiesi di mio zio, la direttrice mi informò che aveva preannunciato un certo ritardo. Subito dopo lo zio telefonò e mi chiese se sapevo giocare a scalaquaranta. Risposi di sì, aggiungendo però che non giocavo mai: ero estraneo al mondo delle carte. Al che mi disse che dovevo formare un tavolo con quattro soci del circolo e dovendo lui ritardare, non voleva fare una brutta figura, per cui mi pregava di giocare al suo posto, fino al suo arrivo, senza preoccuparmi dell’eventuale perdita ché ne avrebbe risposto lui. Quindi dette istruzioni alla direttrice la quale mi presentò le persone con cui doveva giocare quella sera mio zio.

Le ricordo ancora: uno era il direttore centrale di una banca, un altro era un noto industriale, un’altra era la moglie di un notissimo attore di teatro, un’altra ancora era la mamma di un ragazzo che sarebbe in seguito divenuto un famoso attore.

Ci sedemmo e appresi che in genere le perdite non superavano le cento-centocinquantamila lire e che le vincite non erano andate mai oltre le quattro-cinquecentomila lire.

Ogni tanto mio zio telefonava annunciando ulteriori ritardi e informandosi su come stava andando. All’inizio dell’ultima partita vincevo un milione e settecentomila lire circa e in tutti gli altri tavoli si parlava solo di me.

Solo allora mi ricordai di Padre Gabriele e mentalmente mi raccomandai in modo ingenuo: “Oltre ai due milioni mi occorrono anche i soldi per il notaio”. Quando arrivò mio zio avevo vinto due milioni e rotti (naturalmente mio zio mi lasciò la vincita).

Il giorno dopo scoprii che i “rotti” erano esattamente quanto serviva di spese notarili: né mille lire di più, né mille di meno.

A distanza di molti anni, malgrado la svalutazione avesse alzato le poste, quella mia vincita era ancora il record del circolo, e ogni tanto veniva rievocata.

Quando tornai da Padre Gabriele e glielo narrai, mi disse sorridendo: “Le vie del Signore sono infinite”. Ma non era il Signore che mischiava le carte, ci mancherebbe. Era la Divina Provvidenza, che è diverso, il rovescio e il contraccolpo di qualche fattura che ti aveva colpito, una sorta di boomerang. Un autogol delle Forze del Male piegate dalla preghiera. Erano sempre loro a mischiare le carte, ma in modo contrario a come avrebbero voluto. Così è arrivato “il prestito” da loro.

Poi Padre Gabriele, insistendo che era un prestito e non un regalo m’insegnò a restituire: “Un po’ alla volta, quando ti avanza qualcosa, regalalo ai veri bisognosi. Senza fretta, senza fartene un assillo quando non potrai; dare ai poveri è il mezzo per onorare Dio. E’ come un santo riciclaggio: soldi venuti dal Male affinché, alla fine, diventino benedetti da una buona azione”.

D’allora divenne il mio padre spirituale.

Tommaso D’Altilia – Roma

 

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Gentile signora Gabriella Carlizzi, è stato detto tante volte che ciascuno di noi può scrivere la sua “storia sacra” attraverso gli avvenimenti e le circostanze della vita così come sono guidati dal Signore e noi li recepiamo. Quindi anche il Vangelo si ripete nella nostra vita nelle varie sfumature. Nel mio caso ne trovo una in Gv 1, 40-42: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: ‘Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)’ e lo condusse da Gesù”.

Anch’io ho conosciuto Padre Gabriele attraverso un suo autentico figlio spirituale studente di medicina che per esigenze scolastiche risiedeva a Roma alcuni giorni della settimana. Tuttavia il Padre non l’ha mai attratto a sé; egli attirava per portare ad un amore più grande, a Gesù e alla Mamma Celeste, lasciando le anime completamente libere di seguire la propria strada. Ero desiderosa di incontrare anch’io questo Padre santo: un “Padre Pio” calato in un altro stampo; e attendevo che il Signore me ne desse l’occasione. Questa venne, così come racconto qui appresso avendo ritrovato due foglietti di appunti tra i quali ci sono i più belli del mio incontro con Padre Gabriele. Eccoli:

E’ il 20 novembre 1978, la Superiora mi chiede se desidero andare a Roma da Padre Gabriele. Accetto subito perché riconosco nell’offerta un’ispirazione della Madonna.

Entro nella chiesa dei Sette Santi Fondatori e mi metto in attesa con le altre persone per confessarmi da lui. Lo vedo per la prima volta e provo un senso di timore, come quando si percepisce la presenza del soprannaturale. Sento che sono alla presenza di un uomo di Dio, e Dio è in lui.

M’inginocchio nello sgabuzzino dove confessa. Il Padre mi accoglie con benevolenza mentre mi chiede da quale parte arrivo. Ha nei miei confronti l’atteggiamento che si ha verso un piccolo bambino, e mi intrattiene a lungo, scavando in profondità.

Sorellina mia, perché tutta questa agitazione? La nostra vita, la nostra salute, tutto ciò che siamo e facciamo, non è forse nelle mani di Dio? Non ci siamo forse abbandonati a Lui? E allora... lasciamo che Egli ne disponga come gli piace!”.

E’ vero quanto il buon padre mi dice; vorrei essere più buona, non badare a tante cose, passare sopra a ciò che non è indispensabile, ma...

Vedi? Basta poco e diventiamo niente...”. E dandomi il nome che in romanesco si dà ai bimbi cari, continua: ”Cocca mia, per essere così bisogna diventare come il pane: lo spezzano, lo morsicano, lo gettano, ed è sempre buono, per giungere qui bisogna pregare ed essere in continua ed amorosa unione con Dio”.

Prosegue il Padre: “Vedi, quelle letture sono buone, ma alla sera, cosa fa il bambino prima di addormentarsi sul cuore della mamma? La colma di baci e di carezze e le dice: ‘Come sei buona, come sei bella, io ti amo tanto!’. Così tu devi fare con Gesù. Digli sovente durante il giorno, specie nelle difficoltà: ‘Grazie Gesù! Come sei buono, come sei caro, ti voglio bene!’. Non fermiamoci alla corteccia (le buone letture, le vite dei santi), ma andiamo alla sostanza, all’unione con Gesù, per scoprire il segreto della sua preghiera e farlo nostro. Oggi c’è tanta superficialità nelle religiose e nei sacerdoti”.

E ancora: “Quando si dice il Rosario, non si può scappar via: dobiamo far nostri i sentimenti di Gesù e della Madonna. Solo così potremo essere buoni con tutti e superare con serenità e pace qualunque difficoltà”.

Al termine del colloquio gli faccio notare la coincidenza che proprio in questi giorni cade l’anniversario della mia Vestizione e Professione. Egli mi dice che è contento che sia andata: “E’ il Signore che ti ha mandata! Vieni più sovente, non aspettare tanto così, pregherò lo Spirito Santo per te, sta tranquilla. Vorrei vederti andare via più forte, più robusta”.

Infatti sin dall’inizio dell’incontro, dopo aver pronunciato poche parole, i mie occhi grondano lacrime in continuazione, e il buon Padre me le asciuga. Mi invita al Monte dell’Orazione con altre religiose e fedeli, ma questo non mi sarà possibile, come pure recarmi da lui più sovente.

Ricordo infine che un giorno, il 18 marzo 1990, mentre riordinavo la camera avevo casualmente acceso la radio e colto una trasmissione del GR2 in cui lei, signora Carlizzi, parlava di Padre Gabriele dandone una testimonianza ben documentata. Ho annotato su un foglietto queste parole, probabilmente a commento del fatto: “Dobbiamo inchinarci di fronte al mistero di questi uomini che Dio ha scelto per portare ai fratelli un raggio della sua divinità: Nulla è impossibile a Dio!”.

Sono parole chiare e chiarificatrici di fatti reali, veramente inspiegabili umanamente, che il Signore continua a operare nel mondo attraverso i suoi strumenti più umili.

Lodiamo il Signore!

Una religiosa del Lazio

 

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Scrivo oggi 31 ottobre 1992 a di­stanza di non pochi anni dai fatti che stò per raccontare, e si comprenderà se non cito le date; i fatti, ci tengo a precisarlo, sono storici e auten­tici e sempre ricordati da me, an­che quando le vicende della vita mi portavano a non interessarmi direttamente di Padre Gabriele.

Conobbi Padre Gabriele prima per fama e poi per di persona, allorché con le sue benedizioni godevo pace e giovamento fisico. Spesso nell’arco del mese mi re­cavo da lui a Piazza Salerno, presso la Chiesa dei Santi Sette Fondatori dove lui risiedeva. Le sue benedizioni mi fortificavano in tutti i sensi e avevo la chiara convinzione che conoscesse già i miei problemi.

Assistere al­la sua messa era per me una vera grazia, perché riusciva a farmela vivere in modo del tutto partico­lare; c’era tra me e lui un'intesa, una comprensione tutta interiore, avvertivo che egli era dotato di grandi doni.

Era forte nella Fede e nella lotta contro Satana, avevo la netta per­cezione che egli soffrisse molto proprio a causa del suo ministero di esorcista.

Un giorno mi disse: “Satana, lo devi ignorare e riderci sopra, spruzza acqua santa in ca­sa”. Era un vero nemico di Sata­na, mi sembrava che ci provasse gusto a lottare contro di lui.

Una volta invitai a pranzo una ra­gazza conosciuta in chiesa, per­ché rimasta senza lavoro. Dopo aver mangiato le offrii il mio letto perché si riposasse. Quando costei uscì di casa, mi accorsi che non pote­vo camminare se non con molta difficoltà. Il malessere aumentava sempre di più. Andai all'indoma­ni da Padre Gabriele in cerca di aiuto, ero davvero molto impauri­ta. Egli fece larghi gesti di be­nedizione sulla mia persona, pregò per me, poi mi raccomandò di non ricevere più nessuno in casa mia. Ripresi subito a camminar con la facilità di sempre. Compre­si che tutto era collegato a quella ragazza che mi aveva fatto discor­si strani, molto strani.

Un altro giorno, entrai nel suo stanzino per farmi benedire. Mi rispose di aspettare un po’, andò in una stanza, ritornò portando in mano lo scapolare dell'Addo­lorata, me lo mise addosso e mi sorrise, poi mi benedisse: fece tutto questo con un affetto vera­mente paterno, indimenticabile.

Una volta condussi da Padre Gabriele, che non conosceva, mia sorella tristissima per aver subito uno scippo. Si parlarono da soli, ma poi vidi mia sorella uscire visibilmente rasserenata.

Un altro giorno andai da lui per farmi benedire, ma seppi che era morto da poche ore. Rimasi stupefatta. Lo vidi mentre lo scoprivano perché fosse visibile a tutti, fui la pri­ma a vederlo nella bara. Gli chiesi la benedizione, l'ultima. Me la diede, ne sono sicura, anzi pensai che era stato lui a disporre le mie cose perché potessi ancora vederlo un’ultima volta.

L'ottavo giorno dalla sua morte mi recai al cimitero. Ebbi la sor­presa di veder che la salma di Pa­dre Gabriele veniva condotta su una macchina per le viuzze del cimitero, come per un giro d’onore. Venni a sapere il moti­vo: Padre Gabriele aveva ottenuto la guarigione di un bambino di cinque anni. Dopo questo fatto il padre del bambino aveva invitato Padre Gabriele a pranzo, ma Padre Gabriele aveva risposto: “A pranzo non vengo, se proprio vuoi farmi un piacere, quando sarò morto, portami in gi­ro dentro il cimitero”. Quell'uomo riconoscente ha esau­dito la richiesta: “O che Padre Ga­briele abbia scherzato, o che ab­bia parlato sul serio, io faccio quello che lui mi ha detto di fare”. Ancora oggi sento la mancanza delle benedizioni del mio carissimo Padre Gabriele.

Maria Di Berardino – Roma

 

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Io sottoscritta Giuseppa Pappalardo, in religione suor Maria Ornella, nata a Biancavilla (Catania) il 12 dicembre 1924 e appartenente all’Istituto del­le Figlie di Maria Immacolata, sito in Roma a Via degli Spinelli 19, dichiaro quanto segue:

Conobbi Padre Gabriele Maria Berardi dell’ O.S.M. nel lontano 1965 durante il mio ricovero presso il Policlini­co Umberto I di Roma dove venni operata per la pri­ma volta al cuore dal chirurgo prof. Amedeo Pasanisi. Avevo saputo da alcune degenti che P. Ga­briele veniva quasi tutti i giorni a visitare gli ammala­ti.

E infatti il Padre venne il 22 marzo 1965 nel mio padiglione di cardiochirurgia. Le malate dicevano: “Sta arrivan­do il Sacerdote Santo per visitare noi”.

Nel vederlo mi sembrò un Angelo con­solatore e, quando si avvicinò al mio letto, gli chie­si di somministrarmi l’Olio Santo in quanto, du­rante la notte, avevo avuto l’edema polmonare. Egli mi rispose: “Non ce n’è bisogno figlia, non mo­rirai, anzi ti dico che tu sei un’anima predestina­ta”. Prese quindi da un libro un’immagine dell’Addola­rata e soggiunse: “Portala sempre con te”.

Rividi Padre Gabriele dopo un anno circa, quan­do fui chiamata dalla segreteria del Policlinico Umberto I per una visita di controllo. Prima pe­rò volli passare dalla Parrocchia dei Sette Santi Fondatori in Piazza Salerno per chiedere un con­siglio al Padre. Stavo male: avevo ancora in atto una riacutizzazione reumatica che mi danneggiava di nuovo il cuore.

Esposi il mio caso e, dopo qualche istante, mi disse: “Non andare al control­lo, perché stavolta, ti ammazzeranno e farò i tuoi funerali in questa chiesa”. Risposi: “Allora, cosa dovrò fare?”. Padre Gabriele aggiunse: “Ci penso io”.

Prese il telefono e parlò con la responsabile della clinica di Via Nomentana. Alla fine pronun­ziò queste parole: “Domani, figlia, devi ricoverarti in clinica… vedrai che ti cureranno bene e non ti farò pagare neppure una lira”. E co­sì avvenne. Non ricordo bene il mese, comunque fu verso la fine del 1966.

Da allora sono rimasta a Roma per cui, quando mi era possibile, andavo da Padre Gabriele per avere dei consigli, ma soprattutto andavo per far­mi benedire il cuore. La fama di santità del Padre l’ho diffusa nella mia comunità, tra i miei fami­liari e fra tante altre persone.

Tale mia cardiopatia, o meglio tale insufficien­za mitralica, è durata così per 20 anni, ma nel febbraio di quest’anno (1985), l’abbondante nevica­ta e il freddo nordico, mi avevano causato un’acuta pol­monite basale destra. Dopo la visita dello specia­lista cardiologo, prof. Liuben Gospodinoff, mi venne prescritto subito il ricovero in ospedale oppure di fare subito un’ecocardiografia e un’E.C.G. di­namico di Holter. Scelsi la seconda via. Il risulta­to di tali esami fu allarmante tanto da far apparire inevita­bile l’intervento chirurgico a “cuore aperto”.

Nonostante sentissi gravi disturbi, ero contraria all’intervento e non sapevo cosa fare, né con chi consigliarmi: il santo Padre Gabriele era morto da pochi mesi. Dove andare? Finalmente mi decisi di esporre il mio grave caso ai miei familiari e una delle mie sorelle, Anna, mi disse: “Prega molto Padre Gabriele, chiedigli di venirti in sogno, così potrai domandare a Lui se devi operarti o me­no”.

Allora incominciai subito la prima novena alla SS. Trinità (novena per ottenere la glorificazione di P. Gabriele Maria Berardi). Era il mese di marzo. Iniziai la seconda novena il 13 aprile 1985 e la mattina del 21 aprile, alle ore 6,30, sognai Padre Gabriele.

Ecco il sogno:

“Stavo per entrare nella Chiesa dei Sette Santi Fondatori a Piazza Salerno che appariva completamente vuota e illuminata dai sole. Fattami coraggio entrai e, come mia con­suetudine, andai dritta verso l’altare della Madon­na Addolorata (l’altare era quello vecchio) e, men­tre piangevo appoggiata all’altare, ad un tratto vi­di venire dal centro della chiesa Padre Gabriele alquanto allegro.

Avvicinatosi anch’Egli all’altare do­ve stavo io e sul quale c’erano, a sinistra, due can­dele vicine tra loro, Padre Gabriele accese la prima candela; la seconda, invece, non si accendeva in quanto al centro di essa anziché lo stoppino c’era un chiodo con la te­sta in su. Pensavo fra me: “Co­me potrà accenderla?”. Nel medesimo istante gli baciai la manica sinistra dell’abito. Egli, guar­dandomi, disse: “Sta’ bona figlia, non vedi che sto accendendo questa candela?” (il Padre qui si riferiva alla seconda candela). Mentre il mio pianto continuava, vidi però la testa del chiodo accen­dersi. Lieta per questo fenomeno, presi la sua ma­no sinistra e gliela baciai. In quell’istante ci guar­dammo e, ad alta voce, mi domandò indicandomi la chiesa: “Figlia, tu dopo, verrai qui?”. Risposi: “Certo che verrò, Lei sa che ci verrò”. Padre Gabriele sog­giunse: “Allora avrai il premio!”.

Subito mi svegliai piena di gioia per aver visto il caro e san­to Padre Gabriele, e per avergli potuto parlare. Erano le 6,45 del 21 aprile 1985.

Ho interpretato il sogno così: la candela che si era accesa subito, indicava che l’intervento al cuo­re sarebbe riuscito bene (come in realtà poi è avvenuto e confermato anche da mio nipote medico Mau­rizio Nicolosi che aveva asssistito al’intervento); la candela con il chiodo significava invece la fatica che il Padre avrebbe fatto per riportarmi in vita (infatti al termine dell’intervento dovette massaggiarmi forte per diversi minuti). Mi commuovo ancora solo a pensarci.

Dopo la Santa Messa raccontai il sogno alla Su­periora, suor Nivea Iannetta, la quale mi mise in comunicazione con il cardiochirurgo dott. Staiba­no, che lavora nell’ospedale San Filippo Neri, per farmi visitare in quanto ero decisissima a farmi operare. Il chirurgo fissò l’appuntamento per il 29 aprile e, dopo avermi visitata, mi consigliò il rico­vero, poiché non esisteva alcuna cura medica, ma solo quella chirurgica; così mi ricoverai il 2 maggio1985.

Passò un mese tra analisi, ricerche e cateterismo, dopo di che il dott. Staibano, la sera del 2 giugno, mi disse che mi avrebbe operata il 5 giugno; in effetti venni operata dal dott. Massa.

La sera del 4 giugno pre­gai la Superiora di far celebrare, la mattina del­l’intervento, una Santa Messa alla Madonna e un’altra il giorno 6 al caro P. Gabriele, Messe che sono state celebrate puntualmente. La sera, vigilia dell’inter­vento (4 giugno) mi rivolsi con tantissima fede a Padre Gabriele, perché guidasse Lui le mani del chi­rurgo e certissima del suo aiuto mi addormentai. La mattina (5 giugno) alle 8,30 venne l’infer­miera con la barella e mi portò in sala operato­ria. L’intervento durò 5 ore. Mi svegliarono però solo alle 20 in sala intensiva, scambiai qualche parola con i medici tra i quali il mio nipote che aveva as­sistito all’intervento. Mi risvegliarono di nuovo alle 22, sentivo la voce del dott. Massa che mi diceva: “Suora, faccia un forte respiro, perché devo stu­barla”. Non ricordo altro.

Alle 4 della notte (giovedì) seppi poi dal dottor Mas­sa che ero caduta in coma profondo diverse ore. Quello che era successo durante la notte, lo racconte­rà per iscritto il Reverendo Padre Agostino dei Fra­ti Minori di San Francesco d’Assisi, cappellano del­l’ospedale San Filippo Neri, il quale mi aveva già accennato qualcosa, appena uscita dalla sala intensiva. Alla mia domanda: “Padre, pensa che sia avvenuto un miraco­lo per me?“, rispose: “Un miracolo! Diversamen­te, non avrebbe potuto avverarsi quello che si è avverato!”. “Domani - aggiunsi - le farò vedere la foto di Padre Gabriele”. E così feci.

Il padre Agostino, infatti, era stato chiamato alle 3 di notte, tra mercoledì e giovedì, dal dot­tor Massa per farmi somministrare l’Olio Santo e darmi la benedizione, in quanto per me, non c’era più nulla da sperare.

Cosa accadde in sala operatoria e in sala di rianimazione quella notte? Certamente non posso ricordarlo; ricordo, invece, benissimo che vedevo Padre Gabriele come nella nebbia, alla sinistra del mio lettino, in sala inten­siva e sentivo due grandi e leggere mani massag­giarmi la testa, poi le mani si spostarono verso la regione toracica, poi alle spalle massaggiando forte e così per tutto il mio corpo, il quale riacquistava benessere e calore.

Ad un tratto mi mossi e aprii gli occhi: contem­poraneamente sentii un urlo terribile e forte dei medici che mi chiamavano: “Suor Giuseppa...!”.

Risposi: “Eccomi, ma perché avete gridato così for­te? Cosa è successo?...”.

Rispose il dottor Massa con voce spaventata: “Suo­ra, lei è stata in coma profondo”.

Aggiunsi: “Ho sentito, poco fa, due grandi e leggere mani mas­saggiare, fortemente tutto il mio corpo”.

I medici si guardarono l’un l’altro senza proferir parola. Dopo incominciò un’intervista fra me e il dottor Massa che mi fece tante domande tipo: come si chiama, dov’è nata, a quale istituto appartiene, etc…

Venerdì 7 giugno, al mattino, dalla sala intensiva mi portarono nella mia stanza, letto n.2.

L’in­domani, sabato, venne a visitarmi il dottor Mas­sa chiedendomi: “Come sta?”.

Risposi: “Come una morta risuscitata”.

E il dottore: “Sono cose che capitano raramente, ma capitano!”.

In seguito mi si sono manifestate serie complicanze polmonari e i medici erano nuovamente preoccupati, ma a met­tere tutto a posto ci pensò ancora Padre Gabrie­le.

Infatti padre Agostino mi aveva già rassicurata di­cendo: “Stai tranquilla, preghiamo, colui che ha fatto la prima parte, farà di certo la seconda”. Nel giro di due giorni, i miei polmoni ritornarono a posto. La notizia, sebbene in sordina, si sparse dal mio reparto a tutto l’ospedale, e numerose ammala­te venivano a trovarmi desiderose di vedere la foto del Padre che mi aveva ridata la vita.

La mia ripresa, dopo l’intervento, è stata abbastan­za lenta. Uscii dall’ospedale il 2 luglio 1985. Cam­minavo ancora con difficoltà in quanto le mie gam­be non rispondevano alla mia volontà.

Attualmente, sono ormai passati quasi tre mesi dall’intervento, sto abbastanza bene, ma ho rad­doppiato le mie preghiere, affinché Gesù e la Ver­gine Addolorata, mi concedano la grazia di vede­re al più presto la beatificazione di Padre Gabriele.

La mia riconoscenza è immensa verso il Padre. In que­sti venti anni ho ricevuto da Lui tanto bene spirituale e grazie. Come potrò dimenticarmi di tale grande benefattore santo? Anche i miei parenti hanno ri­cevuto segnalate grazie per intercessione del venerabile Padre Gabrie­le. Sono certissima che Egli, dal Cielo, continue­rà a proteggermi.

 

*

 

Qui di seguito alcuni estratti dalle dichiarazioni rese:

1) Dalla sorella di suor Ornella:

“Io sottoscritta Anna Pappalardo, sorella di suor Maria Ornella Pappalardo, dato che non potevo certo dirle la via da seguire, le consigliai di rivolgersi in preghiera a Padre Gabriele affinché in sogno le indicasse se operarsi o meno. Siamo grati, io e tutti i nostri familiari, di questa grazia che abbiamo ricevuta e continueremo ad invocare Padre Gabriele affinché ci protegga dal Cielo”.

2) Dal cappellano dell’ospedale romano di San Fi­lippo Neri:

“Sono il sacerdote Agostino Umberto Belli dell' O.F.M. e presto il mio servizio religioso come cappellano nell’ospedale romano di San Filippo Neri. Suor Ornella Pappalardo giudica la soluzione del suo ca­so come un segno visibile e tangibile della spiritua­le protezione riservatagli dall’uomo di Dio Padre Gabriele M. Berardi. Come sacerdote e come cristiano credo alla pro­tezione e al patrocinio dei Santi, per cui non du­bito che ciò sia accaduto anche per la suddetta suora. Da solo ed insieme alla suora ho parlato di que­sto caso con il dott. Massa, medico credente”.

3) Dal medico curante prof. Liuben Gospodinoff:

“Ho in cura da circa otto anni suor Giuseppa Or­nella Pappalardo... Ho visitato in data odierna la paziente trovandola sor­prendentemente su ottime condizioni di compen­so cardiocircolatorio”.

Suor M. Ornella Pappalardo – Roma

 

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Per la gloria del caro Padre Gabriele Maria Berardi dei Servi di Maria, voglio scrivere quanto concerne il sogno che feci il 20 febbraio 1987.

Erano le ore 6,20 quando mi svegliai: per la terza volta avevo sognato Padre Gabriele. Eccone il contenuto:

“Mi trovavo a letto nella stanzetta n. 2 del reparto di cardio­chirurgia dell’ ospedale “San Filippo Neri” di Roma. Improvvisamente vidi entrare Padre Gabriele che chiedeva: “Permesso, figlia?”, venendo poi a sedersi vicino al mio letto. Indossava l'abito talare nero. Si era appena seduto, quan­do vidi entrare anche il dottore Enrico Massa, il quale mi aveva operata a cuore aperto il 5 giugno 1985, sostituendomi la val­vola mitralica ed effettuando la plastificazione della valvola tricuspide.

Dell'intervento di Padre Gabriele in occasione di tale operazione ho già par­lato nella mia testimonianza precedente.

Entrato il dottor E. Massa nella mia stanzetta, venne vicino al mio letto: era in piedi. A questo punto, ricordo bene, Padre Gabriele alzandosi, fece vede­re al dott. Massa la mia spalla sinistra toccandomela e la metà del torace dicen­do: “Sono queste le parti che io ho dovu­to massaggiare più fortemente fino a quando la suora ha aperto gli occhi, ritornan­do allo stato cosciente”. Il dott. Massa guardava Padre Gabriele senza proferir parola. Prima di andare via il Padre ha appoggiato le sue sante mani sulla mia testa e io dopo gliele ho baciate ringraziando­lo con infinita gratitudine. Poi è uscito.

Mi svegliai con tanta gioia nell’animo per aver visto in sogno il caro e indimen­ticabile Padre Gabriele. Ritengo il sogno una prova e una confer­ma di quanto il Padre ha compiuto nel corso dell’intervento chirurgico tanto grave da me subito al cuore.

Suor Ornella Pappalardo - Roma

 

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Mio padre Castaldo Liborio il gior­no 11 dicembre 1990, ha avuto un edema pol­monare acuto (mio padre ha 81 anni), ed è quindi stato ricoverato al Pron­to Soccorso dell'Ospedale S. Eugenio, dove accertata la gravità del suo stato veniva trasferito in riani­mazione in stato di coma.

Erano le 12.00 del mattino. Verso le 14,25 dello stesso giorno (preciso che i medici della rianimazione erano incerti che potes­se riprendersi) accompagnato da un amico sono scesa al piano ove era de­gente mio padre; nello scendere le scale ho prega­to Padre Gabriele perché lo aiutasse; arrivata in sala rianimazione mi accorgevo che mio padre mi aveva riconosciuta e mi salutava con la mano, e così anche con mio fratello.

Alle 15,00, orario per la visita paren­ti, mio padre era nuovamente in co­ma. Mia madre facendosi coraggio era scesa con noi a vedere il marito, potendo farlo però solo at­traverso i vetri della sala di rianima­zione, tanto che aveva così espresso la sua disperazione, sicura che fosse ormai in fin di vita: “Tuo padre non torne­rà più a casa”.

Sono rimasta ancora un attimo sola davanti alla vetrata e di lì ho pregato Padre Gabriele di aiutare mio padre massaggiandogli lui direttamente i polmoni perché potessero riprendere la loro funzionalità naturale, e di po­sargli la mano sul cuore per aiutarlo nell'enorme sforzo che doveva com­piere per respirare.

In quel preciso istante mio padre come spinto da una forza misteriosa, alzava ambedue le braccia solle­vandosi di scatto con la testa; ritorna­to poi in posizione distesa, portava la si­nistra sullo stomaco e con la destra si faceva il segno della croce rimanen­do con le mani aperte.

Erano circa le 15.20 sempre del giorno 11.

Al mattino dopo, il giorno 12, ci ve­niva comunicato che mio padre era uscito dal coma e che veniva quindi trasferito al reparto di cardiologia ed oggi, 21 dicembre, è tor­nato a casa.

I medici sono rimasti stupiti per la capaci­tà di reazione dimostrata dal suo cuore.

Carolina Castoldo - Roma

 

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Padre Gabriele non si limitava ad ascoltare i problemi delle persone che lo avvicinavano. Era senz’altro sensibile all’ansietà, alla fragilità, alla paura, al senso d’inquietudine che avvertiva nei suoi interlocutori, senza però rinforzare in loro l’impressione che questi sentimenti fossero l’unica realtà di tutto il problema; e questo avveniva perché il suo atteggiamento richiamava ad un’altra realtà importante: la realtà di Cristo, il suo amore, la sua capacità di redimere le situazioni più tragiche e spezzate, la sua premura, la sua compassione.

Spesso, dopo aver ascoltato brevemente queste persone, poneva loro le mani sul capo e quindi rivolgeva una silenziosa, intensa, fervente preghiera al Crocifisso.

Pochi attimi nei quali si respiravano la speranza e la pace. Si respiravano la presenza e l’amore di Dio che suggeriva al suo Servo il consiglio o il richiamo spirituale che, insieme alla promessa di preghiere, confortavano e incoraggiavano quanti si rivolgevano al suo ministero.

Padre Gabriele aveva il dono del discernimento degli spiriti, e la sua preghiera era certamente anche una preghiera di liberazione quando intuiva che alcuni problemi particolari, in una persona, erano causati da uno spirito demoniaco.

Alcune persone, quando si accenna alla possibile influenza di Satana se ne sentono estremamente impauriti: non esiste un motivo reale per temere Satana e quello che può fare. Gesù ha combattuto con lui e l’ha vinto. Questo fatto si è verificato con la sua morte e la sua resurrezione, ed è un fatto realmente avvenuto. Quindi Satana non può infliggere nessuna paura ossessiva in colui che si rivolge a Dio perché lo aiuti. Una volta che Satana viene scoperto in una persona, attraverso il dono chiamato “discernimento degli spiriti”, le sue ore sono contate perché Gesù ha dato ai suoi discepoli l’autorità per cacciarlo fuori da noi. (Mc 6,7; Mt 10,1; Lc 9,1)

Satana è reale, intelligente e cattivo; lui vuole distruggere e corrompere l’umanità e Gesù ha dato alla Chiesa il potere di liberare da Satana quando se ne presenti la necessità. E’ per questo motivo che le preghiere per la liberazione possono contribuire a liberare il nostro io interiore permettendogli di crescere spiritualmente.

Si deve però tenere presente che l’individuo che ha bisogno della liberazione non ha necessariamente compiuto qualche azione cattiva o immorale.

Molte volte, il solo motivo per cui alcune persone hanno bisogno di ricevere la liberazione, è che esse hanno sofferto, ossia hanno subìto interiormente qualche trauma fisico, psicologico o spirituale. E’ attraverso i traumi della nostra vita che spesso Satana entra in noi.

Qual’è uno degli effetti della schiavitù del demonio? E’ che la persona che vive una simile condizione potrebbe spesso essere completamente spinta a commettere azioni distruttive o immorali; “potrebbe essere completamente spinta”, questo vuol dire che la libertà dell’individuo potrebbe essere parzialmente limitata o anche interiormente costretta.

Tanta era la forza della fede e della carità che emanavano dalla persona e dalle opere di Padre Gabriele, che innumerevoli sofferenti nel fisico, nello spirito e nella psiche, si affidavano con abbandono alla sua preghiera e al suo aiuto. Una preghiera, la sua, che riconduceva a vedersi nella luce dell’amore di Gesù; perché era Gesù che attraverso il suo Servo, rivelava ad ogni sofferente quanto Egli l’avesse seguito, amato ed accettato anche quando era nelle situazioni più negative, distruttive e peccaminose.

Anche se Padre Gabriele non era un professionista competente, tanto per intenderci un medico o uno psicologo, era certamente un mezzo attraverso il quale Gesù lavorava, e le sue preghiere ed il suo aiuto diventavano veramente la terapia di Dio per tante vite spezzate.

Grazia Nicoletti - Roma

 

° ° °

 

A quanto vi ho inviato negli anni scorsi con la cassetta registrata nella celletta dove Padre Gabriele riceveva e benediceva le persone, aggiungo ancora un fatto molto particolare che mi succede: Ancora oggi, a vent’anni dalla sua morte, avverto in alcuni momenti la sua presenza, come mi accadeva quando era in vita, e da questo so che è proprio Lui.

Inoltre è bene sapere che Suor M. Raffaella è malata già da tanti anni di sclerosi multipla e di leucemia. In una conversazione di preghiera avevo chiesto a Padre Gabriele la sua guarigione. La sua risposta: “Non si può indietreggiare sulla via verso il Signore”. E per questo io e le mie consorelle non abbiamo più osato chiedergliene la guarigione. Noi non conosciamo i piani di Dio, ma non è facile immaginare come questa comunità si possa sviluppare senza lei come madre, perché è una vera Madre.

Suor M. Alma Morlang – Zagarolo (Roma)

 

*

 

Padre Gabriele era il punto di riferimento di tante suore che in lui hanno conosciuto un sostegno davvero incrollabile. Questa suora, Suor M. Alma Morlang, desiderosa di perfezionare la propria vita di religiosa, un giorno, nello stanzino del Padre, si rivolse a lui per essere meglio illuminata in tal senso e ne registrò quindi la risposta, che poi come avete appena letto ci ha inviato.

Padre Gabriele, uomo di Dio, le indicava la strada con questo suo insegnamento, che riportiamo qui di seguito, sulla vita spirituale:

 

La vita spirituale bisogna che la intendi sempre nell’interno, nella profondità dello spirito.

La vita spirituale non è la lettura di un libro o un discorso che fai durante la ricreazione, non è la predica che fa il predicatore. La vita spirituale è la tua unione con Dio. Tanto c’è Cristo in te, tanto vivi spiritualmente, perché è Lui la nostra vita. Quindi se tu vuoi vivere intensamente la vita spirituale, devi vivere profondamente la vita di Cristo: avere i sentimenti di Cristo, pensare come pensa Lui, vivere come ci ha insegnato Lui e pregare come ha pregato Lui.

Ma tutto questo, noi non lo possiamo fare da soli. Allora bisogna mettersi in contatto con Lui e cercare di imitare quello che Lui ha fatto, quello che Lui ha sentito. Imitare Cristo e sentirlo in noi. Vedi, il Signore lo desidera immensamente anche Lui perché ha detto: ‘Padre che siano una cosa sola come una cosa sola siamo Noi’ e poi ha concluso, dicendo: ‘Io in loro e Tu in Me’.

Dunque, la perfezione della vita spirituale è la pienezza della vita di Cristo in noi. Infatti, se ti ricordi, ha detto in un luogo: ‘Voglio che abbiano la vita e l’abbiano abbondantemente’, e aveva già detto: ‘Quella vita che sono Io; Io sono la via, la verità e la vita’. La vita nostra è Cristo. E se la vita nostra è Cristo, deve vivere Lui in noi e noi dobbiamo vivere solamente in Lui. Ecco perché i Santi, come S. Giovanni della Croce, dicevano sempre: ‘Non dovete considerare altro attorno a voi che Cristo, altro davanti a voi che Cristo, altro dentro di voi che Cristo’. Ecco, non c’è niente di realtà spirituale che non sia Cristo. Cristo solo.

Se tu vuoi raggiungere proprio l’unione con Dio, devi essere unita con Dio in Cristo, come Cristo e per mezzo di Cristo. Per esempio, quando preghi, se vuoi che la tua preghiera sia gradita al Padre e arrivi fino a Lui, la devi fare, innalzare, inviare al Padre per mezzo di Cristo. Ma questo a noi non è tanto facile perché siamo povere creature, siamo molto limitate e con scarse possibilità spirituali. Perciò, per fare bene, noi dobbiamo fare nostra la preghiera di Cristo. Gesù prega!

Ecco, tu sai che Gesù è Dio, non ha bisogno Lui di chiedere grazie, Lui è tutto. Se prega, prega per noi. Per questo la Scrittura dice: ‘Ha pregato per i peccatori’. E’ per noi che si è lamentato, che ha emesso dei gemiti, ha pianto nella preghiera per ottenerci le grazie di cui avevamo bisogno. Questa è la preghiera che ottiene. Perché Gesù ha detto: ‘Grazie, Padre, perché quello che chiedo me lo concedi sempre’. Quindi se chiede per noi, noi otterremo tutto per mezzo di Lui. Perché se ci uniamo, se ci nascondiamo nella sua preghiera, noi abbiamo la pienezza che é di Cristo e abbiamo tutta l’abbondanza delle grazie che merita Cristo stesso.

La Madonna sulla terra non fece che vivere in questo modo. La Madonna visse proprio nel senso e nel grado più profondo e più perfetto che si possa mai raggiungere, né immaginare, la vita di Cristo.

E questa è la perfezione, non ce n’è un’altra. E vivendo così, solo vivendo così, tutto è facile, allora tutto si ottiene. Perché il Signore ha detto appunto in un altro luogo: ‘Chi resta in Me e Io in lui, fa le stesse cose che faccio Io, anzi ne farà anche di più grandi’, e poi ha continuato dicendo: ‘Se rimanete in Me e Io in voi, allora, qualunque cosa chiederete, l’otterrete’.

Ecco, questa è la pienezza, questa è la perfezione. Ed è questo un ideale perfetto di una Suora. Non ti perdere nelle chiacchere, non ti perdere nei discorsi, nei dialoghi, nelle conversazioni, nelle questioni: tutte cose che allontanano, distraggono dalla vita interiore e dallo spirito. Non sono queste che portano a Dio. Queste possono essere utili per risolvere un problema esterno, un problema di comunità, ma non sono queste, le discussioni o le conversazioni, che ti portano alla vita interiore, alla profondità dell’unione con Dio. I colloqui tuoi che portano al Signore sono quelli che fai col Signore.

Il Signore ha detto in un certo luogo: ‘Io la condurrò nella solitudine e parlerò al suo cuore’.

Ecco, oh, questo sì!

E la parola di Dio è quella che ci santifica, ci penetra, ci purifica e ci dispone a ricevere sempre nuove grazie.

E’ solo così che noi possiamo avere l’abbondanza della Vita Divina in noi, quell’abbondanza che è Cristo, perché Cristo è la pienezza.

Ecco, tutto qui. La vita spirituale sta tutta qui!

Coraggio, fatti animo e cerca di viverla. Capito figlia?”.

 

 

 

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